Gioco non-gioco

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È mai capitato di ritrovarsi in una giungla tenebrosa tra gorilla, pantere e serpenti? Chi ha mai indossato una benda e un uncino alla ricerca del famoso Peter Pan? Quanti sono mai stati trasportati in un fantastico regno dei ghiacci in compagnia della principessa Elsa? E tutto questo comodamente nel salotto di casa.

Fantasia e immaginazione sono due elementi caratteristici dell’infanzia, ma quello che apparentemente sembra un semplice gioco, in realtà ha in sé un fondamentale ruolo evolutivo, sia nella formazione della personalità, sia nello sviluppo cognitivo che nell’espressione della propria emotività.

Lo sviluppo della dimensione ludica nel bambino è stato oggetto di attenzioni cliniche sin dagli albori della psicologia scientifica e molti sono gli scritti che si sono succeduti nel tempo.

Donald Winnicot, pediatra e psicanalista inglese, definisce il gioco come “un’esperienza creativa” e una “via privilegiata” per il bambino di “esprimere l’intero potenziale della propria personalità”.

Attraverso il gioco quindi, il bambino si pone in relazione con il mondo circostante, lo esplora, lo manipola, coglie le sue sensazioni in relazione a questa attività creativa e costruisce la sua personalità in una visione unitaria di corpo e mente, integrando aspetti legati alla propria sensorialità e corporeità, a una dimensione emotiva, di desideri e interessi di complessità via via crescenti con il procedere dello sviluppo.

Parallelamente J. Piaget, psicologo e pedagogista, elabora una teoria dello sviluppo cognitivo del bambino, tuttora considerata, che ha alla base l’interazione dell’individuo con l’ambiente, in termini di adattamento ad esso.

Più semplicemente: attraverso l’interazione con l’ambiente, la manipolazione degli elementi che il bambino vi trova e i risultati che ottiene, può immagazzinare informazioni che si organizzano progressivamente in strutture mentali o schemi cognitivi sempre più complessi, da utilizzare all’occorrenza.

Lo sviluppo cognitivo per Piaget avviene in 4 fasi o stadi: stadio sensomotorio (dalla nascita ai due anni), stadio pre-operatorio (dai 2 ai 7 anni), stadio delle operazioni concrete (dai 7 agli 11 anni) e stadio delle operazioni formali (dai 12 ai 15), ciascuno caratterizzato da specifiche acquisizioni.

Interessante, ai fini di questo articolo, sottolineare il passaggio fra i primi due, dove si vede il bambino essere piano piano in grado di evolvere da una esplorazione e uso fisico e concreto degli oggetti ad un uso “simbolico”, utilizzando cioè un oggetto facendo finta che sia un altro, ad esempio una sedia che diventa una macchinina, una scopa che per finta è un cavallino.

Queste due teorie permettono di comprendere il valore che il gioco ha, in generale nello sviluppo del bambino, ma contemporaneamente la valenza che assume in ambito clinico-terapeutico.

Se da una parte l’espressione della realtà interna del bambino attraverso le sue “sceneggiature” aiuta il clinico a coglierne gli aspetti soggettivi della vita emotiva e della percezione di sè, dall’altra il livello di organizzazione del gioco e i tipi di schemi utilizzati permettono di ipotizzarne la fase di sviluppo.

Autore: Sonia Stoppa

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