Chi pensa ai genitori?

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I genitori di figli con ADHD spesso al momento della diagnosi e all’inizio del trattamento, possono vivere un sentimento di angoscia molto forte, che arriva non soltanto dall’esperienza già di per sé difficile del rapporto con il bambino, ma anche dagli esiti delle valutazioni.

I genitori innanzitutto sono angosciati da ciò che sta succedendo. Sono angosciati dal sentire che i propri interventi educativi sono fallimentari, sono angosciati dal sociale che spesso li mette in difficoltà (problemi a scuola, sentimenti di vergogna e imbarazzo), sono angosciati dalle preoccupazioni per il benessere del loro figlio, sono angosciati dal pensiero di non essere dei “bravi” genitori.

Insomma, la prima esigenza dei genitori da ascoltare e aiutare è l’abbassamento dei livelli di angoscia. Questa angoscia è il primo ostacolo da abbattere per far funzionare i successivi interventi educativi e di parent training.

Per comprendere l’importanza dell’angoscia nell’educazione e nel rapporto affettivo, basti pensare che uno stesso gesto, una stessa parola, possono avere effetti molto differenti, se messi in atto da una posizione di angoscia o da una posizione realmente efficace.

Prendiamo come esempio una scena all’apparenza cruenta, quella del film “Io speriamo che me la cavo”, dove assistiamo allo schiaffo del maestro nei confronti di Raffaele. A partire da quel gesto, si svilupperà un rapporto di affetto, rispetto ed educazione unico.

Eppure siamo certi che Raffaele di schiaffi ne abbia presi molti nella sua giovane esistenza. Ma quello schiaffo, dato in quel modo, e con quella sofferenza, nel vedere un bambino che stava perdendo tutta la vita che aveva davanti, ha prodotto degli effetti di cambiamento. Allo stesso modo un intervento educativo avrà effetti di un certo tipo se si è angosciati e altri effetti se non lo si è.

Il primo passo per combattere l’angoscia è creare delle differenze, osservando le possibilità che abbiamo davanti. Non dobbiamo dimenticare che un bambino con ADHD non è solo un ADHD ma resta anche…un bambino!

Per cui sarà fondamentale riconoscere i comportamenti causati o amplificati dal disturbo e quelli che riguardano la natura infantile di tutti i bambini, o quelli derivati da un certo tipo di educazione. Il bambino con ADHD continua ad avere necessità di affetto e di stima di sé come tutti gli altri bambini! Un suggerimento utile è quello di cominciare a distinguere i comportamenti positivi da quelli negativi, sforzarsi di osservare e dare importanza a tutti quei gesti, quei comportamenti e quelle parole positive del bambino, che erano passati in secondo piano a causa dell’abitudine di aver a che fare con un bambino “difficile”.

Un altro metodo è quello di distinguere, all’interno dei comportamenti negativi, quelli “un po’ più negativi di altri”, rendersi cioè conto che non tutti i comportamenti negativi giustificano una risposta angosciata, impaurita o particolarmente arrabbiata da parte di noi adulti.

Incominciare da queste differenze può aiutare i genitori a comprendere meglio il proprio bambino, e a riscoprire anche delle emozioni e degli affetti che col tempo forse erano passati in secondo piano.

Autore: Antonietta Verde educatrice professionale e responsabile del settore della disabilità, presso la Cooperativa “12 Stelle San Michele” di Ischia. Si occupa da anni di terapia comportamentale e cognitiva, per soggetti con disabilità di vario tipo, tra cui autismo, ritardi cognitivi, ADHD, svolgendo inoltre servizio di consulenza scolastica e familiare.
Il dr. Francesco Impagliazzo è psicologo e psicoterapeuta ad indirizzo psicoanalitico, presso la Cooperativa “12 Stelle San Michele” di Ischia. Si occupa di disabilità cognitive, autismo, ADHD, sostegno alla genitorialità e consulenze scolastiche.

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